TUTTO PARLA DI TE

 In Dossier

Tutto parla di te è il primo romanzo grafico di Katia Piccinelli ed è una raccolta di biografie di cinque artisti di origini svizzere di diverso genere(tra loro uno scultore, una poetessa, due pittori e un compositore), unite dal comune denominatore dello sfondo sul quale si sono svolte: la regione della Capriasca.

Tutti e cinque i personaggi presi in esame hanno infatti vissuto una parentesi della loro esistenza in questa regione del Canton Ticino, lasciando inevitabilmente una traccia del loro passaggio: per Luigi Rossi fu il luogo elettivo, per Mario Bernasconi e Ernest Bloch un posto discosto dove creare e sentirsi in armonia con la natura, per Gualtiero Colombo fu il rifugio da una vita che lo assillava; per Alfonsina Storni, che non vi visse che per pochi anni da bambina, fu forse l’assenza a essere importante.

Il progetto è stato affidato a Katia Piccinelli dall’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla (ACVC) ed è stato dato alle stampe nel 2016; nella mostra sono esposte, oltre a una scelta di tavole di fumetto, alcune immagini scattate nella regione dagli artisti coinvolti, in modo da valorizzare i materiali fotografici e storici conservati dall’ACVC e così da far dialogare l’immagine fotografica e quella artistica.

ALFONSINA STORNI

A coloro che come me non realizzarono uno solo dei loro sogni.

Alfonsina Storni nasce nel 1892 a Sala Capriasca.
Nel 1896 la famiglia si trasferisce in Argentina, a Rosario. Nel corso della sua breve vita, torna solamente una volta in Capriasca, ma della sua primissima infanzia conserverà sempre un caro ricordo e ne parlerà con affetto. Vive una vita anticonformsta, ignorando le norme sociali e i pregiudizi: cresce un glio senza un compagno al proprio anno, e grazie alla sua determinazione riesce a imporsi in un mondo intellettuale allora compo o da soli uomini.
Di me iere insegnante, si occupa anche di giornalismo; la sua fama si deve soprattutto alle poesie, che le conferiscono notorietà già in vita. Amatissima in Argentina, Alfonsina ha i irato canzoni e sogge i teatrali; le sue poesie vengono tu’oggi recitate pubblicamente e influenzando il mondo dell’arte per la loro grande attualità.
Nel 1935 si scopre malata di tumore e i tentativi di cure si rivelano purtroppo inutili. La sera del 24 o obre 1938 scrive la sua ultima poesia, “Voy a dormir”, per poi a darsi alle onde del mare: viene ritrovata la mttina seguente sulla spiaggia di Mar del Plata.
Nello esso luogo si trova oggi un monumento dedicato alla sua memoria.

Alfonsina Storni è sicuramente una delle voci fondanti dell’espressione femminile del Novecento e accanto a Juana de Ibarbourou e Gabriela Mi ral segna l’inizio di una brillante agione di le eratura scri a da donne. Nella sua poesia c’è tu a la forza di una donna che desidera e rimere se essa senza falsi pudori, ma che parlando di se essa parla anche delle altre donne. E lo fa in un momento orico in cui alla cura femminile non erano riconosciute particolari libertà: non ha ancora diri o di voto, è relegata al proprio ruolo di moglie–madre e quindi non ha rumenti per accedere al mondo del lavoro. Nel 1911, da San Juan si trasferisce a Rosario dove è impiegata come mae ra rurale. L’anno successivo lascia l’insegna- mento per o arsi nella capitale Buenos Aires, dove a soli vent’anni Alfonsina coraggiosamente decide di diventare madre al di fuori del matrimonio.

Tu mi vuoi bianca

Tu mi vuoi candida,
mi vuoi di spuma,
o di madreperla.
Che io sia giglio
sopra tutte, casta.
Di profumo lieve.
Corolla non schiusa.
Che un raggio di luna
non m’abbia penetrata,
e nemmeno una perla
mi si dica sorella.
Tu mi vuoi nivea,
tu mi vuoi bianca,
tu mi vuoi candida.

(da “El dulce daño”, 1918)

In ricordo di Alfonsina

Il giornali a Roberto Giusti, all’indomani della scomparsa di Alfonsina, le dedica un articolo sulle pagine di “Nosotros” (Buenos Aires, o obre 1938):

“Della scrittrice apprezzavamo il talento, la profonda sensibilità, l’originalità; della donna la semplicità, il dono della simpatia, la cordialità franca. Era qualcosa di meglio di una le erata; era una donna di nobili principi morali eintellettuali, che seppe vivere la sua vita senza farsi meri-tevole di rimproveri né di critiche, e nascondere il tormento della sua anima so o una maschera di giovialità spensierata. Immancabile animatrice delle riunioni letterarie portene, la sua presenza era indispensabile in ogni festa dell’arte. Ella fu la prima scrittrice che fu vi a a Buenos Aires sedere alla tavola del banche o in one o camerati- smo con i colleghi, come una eguale”.

MARIO BERNASCONI

Un uomo criptico non cerca la verità, ma unicamente la sua Arianna.

Mario Bernasconi si forma come scultore a Lugano, presso la scuola di Luigi Vassalli. A otto anni scopre la propria inclinazione per la scultura quando, giocando con dell’argilla, modella una piccola mucca che gli vale il suo primo guadagno. Nel corso della sua vita viaggia molto sia in Svizzera che all’estero, ma mantiene un forte legame con il Ticino. Nel 1927 il matrimonio con l’artista tedesca Irma Pannes lo porta a Berlino, dove sviluppa una buona rete di contatti che per un certo periodo gli perme e di vivere della propria arte. Nel 1929 la nostalgia lo riporta in Ticino e si abilisce in un’antica dimora di Sala Capriasca che diventa meta di numerosi arti i locali (tra i quali Gualtiero Colombo), svizzeri e stranieri. Nel 1933 la casa viene messa in vendita dai proprietari ed egli è costretto a malincuore a lasciarla, non avendo i mezzi per acquistarla. L’ACVC ha raccolto molte immagini che lo scultore scattò nella regione, messe a disposizione dalla figlia Claudia. La casa paterna a Pazzallo è oggi adibita a museo.

“Questa nota di gentilezza dice subito che accanto all’uomo arti a vive e ne conforta lo spirito una delicatissima figura di donna venuta dal settentrione ricca di cultura e di sensibilità artistica, in cerca di amore, sole e tepore. Tipico esempio di donna germanica, innamoratissima della nostra latinità che dimostra sempre di saperne apprezzare meglio di noi le doti che sa mettere in bella evidenza. In questo ambiente caratteristico, l’operosità appassionata di Mario Bernasconi pensa e crea le sue opere” (Pericle Buzzi).

“La casa è tanto bella e tanto cara. Mentre ti scrivo sono tutto commosso. Tutto è pace, lavoro e gioia nostra. Io vedo le tue mani, che compongono graziosamente tante cose belle. È povera, ma ricca nella sua semplicità ed emana un sentimento austero della pace del lavoro. Qui l’odio non entra. Qui, è la casa ove tutto si affratella nella lotta per la Vita e nella gioia creata dalle umili nostre opere…” (le era di Mario a Irma Bernasconi).

“La casa è antica. Porta i segni evidenti dei suoi anni e purtroppo di un lungo abbandono; ma è sempre bella, quasi maestosa. Fu dimora di patrizi. (…) Ambiente simpaticamente severo, ingombro, in un piacevole disordine, di opere dell’artista, di oggetti antichi, di quadri, di rivi e, di vasi, di ori e i arnesi agricoli. (…) Vecchia e cara casa ticinese, cadente sì, ma sempre salda in piedi, perché le mura sono grosse e di buona calce e il tetto di pietre. In questa serenità l’artista lavora, chiuso in una stanza rustica tutta luce e allegrezza” (Pericle Buzzi).

“Volevo che oltre la mia donna, convenissero così tutti i compagni di lotta e sofferenza, onde rendere più leggero il pensiero che tutto questo bello fosse solo fatto da me per me. Il “romito” doveva difatti situarsi su un’altura con davanti una natura meravigliosa, della valle che si stendeva di sotto, con ondulati colli e umicelli serpeggianti, lucidi come specchi e coronato da montagne belle e maestose come giganti assopiti e gravi”. (Mario Bernasconi)

LUIGI ROSSI

E dal vedere continuamente il bel lago, i bei monti e il bel cielo, mi è nata, senza che lo sapessi, la vocazione per la bell’arte del dipingere.

Luigi Rossi nasce nel 1853 a Cassarate. Tre anni più tardi con la famiglia si trasferisce a Milano, dove frequenta l’Accademia di Brera sotto la guida di Giuseppe Bertini, accanto ad artisti del calibro di Bazzaro, Gignous e Tallone.

Dopo gli inizi legati alla pittura di stampo verista e di genere, nel corso degli anni Novanta dell’Ottocento compie il passaggio al simbolismo, sviluppando appieno il proprio gusto per il colore e gli effetti luministici. Dalla Capriasca trae profonda ispirazione per le ambientazioni e per la tavolozza cromatica dei suoi dipinti en plein air. In tempi in cui la fotografia era in piena crescita e rappresentava una potenziale concorrente della pittura figurativa, Luigi Rossi fa tesoro di questo strumento utilizzandolo per realizzare ritratti il più possibile fedeli alla realtà.

Oltre che pittore e illustratore, è stato anche educatore all’istituto l’Umanitaria di Milano, dove per anni ha insegnato disegno agli apprendisti, a titolo gratuito.
Nel corso degli anni è stato un assiduo frequentatore della Capriasca durante le estati: prima a Cagiallo e Roveredo, poi, a partire dal 1913, in pianta stabile a Biolda.

“Come saprai benissimo anche tu, io sono nato a Cassarate, graziosissimo paese o in quel di Lugano e ho succhiato col nascere il latte al colore ad olio e dal vedere e dal vedere continuamente il bel lago, i bei monti e il bel cielo, mi è nata, senza che lo sapessi, la vocazione per la bell’arte del dipingere. A tre anni venni a Milano colla famiglia e fui messo all’A.B.C., ma pochissimo imparai, è inutile che ti aggiunga che per me l’aritmetica fu sanscrito grazie anche alla mia poca memoria e orditezza, a prova della quale potrai avere dai miei amici vari aneddoti. Arrivato poi alla scuola maggiore mi fermai ostinandomi a non più progredire, ostinazione che spinse il povero professore a far chiamare mia madre e dirle chiaramente che per me il mestiere migliore era un mestiere, così che i parenti addolorati non sapevano cosa fare di me. (…) Fui messo a Brera e come tutti gli altri ebbi varie medaglie d’argento, e come tutti gli altri sognai gloria e denari’’.

Come molti suoi contemporanei del secondo Ottocento, Luigi Rossi fu un assiduo fruitore del mezzo fotografico, ricorrendovi per realizzare dei veri e propri bozzetti finalizzati allo studio della composizione su tela. La macchina fotografica rappresenta un valido aiuto per i pittori del tempo, uno strumento rapido e più fedele di qualunque schizzo dal vero in grado di accorciare decisamente i tempi di esecuzione, eliminando le lunghe ore di posa dei modelli.

Attraverso il simbolismo si esprimeva la necessità di dar forma a concetti astratti, sentimenti o sogni, pur rimanendo fedeli alla tradizione figurativa del realismo: dietro alla pura immagine estetica si sviluppano racconti e allegorie. In “Primi raggi” Luigi Rossi rappresenta sì tre semplici bambine al momento del risveglio, ma la luce che le colpisce progressivamente e rischiara l’atmosfera circostante le traghetta idealmente anche dall’età dell’infanzia a quella adulta.

ERNEST BLOCH

Sin dall’infanzia, ho sentito il fascino della natura e soprattutto della montagna. L’amore per se stessa, per la sua selvaggia grandezza, per il suo mistero.

Ernest Bloch è stato tra i maggiori compositori e violinisti svizzeri. Compie la sua formazione a Bruxelles, Parigi e Monaco, per emigrare nel 1916 negli Stati Uniti. Qui insegna musica in diverse scuole tra New York e Cleveland e nel 1925 diventa direttore del Conservatorio di San Francisco. Il modello di vita americano è poco conciliabile con il suo e nel 1930 torna in Europa. A Roveredo trascorre tre anni creativamente molto fertili in cui compone la sua opera forse più signi cativa: il servizio sacro ebraico, l’Avodath Hakodesh. Della sua passione per le passeggiate e per la natura abbiamo testimonianza grazie alle numerose fotografie da lui stesso scattate in Capriasca: in particolare gli alberi e la loro foggia gli ispirano un’inte- ressante serie di scatti, a ognuno dei quali attribuisce il nome di un compositore. Conclusasi la mostra dedicata a Bloch a Villa Saroli, a cura di Carlo Piccardi, nel 2009 l’ACVC ha ricevuto in dono dall’Associazione Ricerche Musicali nella Svizzera italiana un importante fondo di 61 fotogra e che documenta il suo passaggio in questi luoghi e il suo amore per la regione.

“La montagna non rappresenta per me un pretesto per gli esercizi fisici o acrobatici e neppure la gioia del “pique-nique”: non la vedo né da un punto di vista gastronomico, né da un punto di vista muscolare o sportivo. Io l’amo per se stessa, per la sua selvaggia grandezza, per il suo mistero, per le sue vaste idee che evoca e che desta in me, quando sono in comunione con essa. Amo le genti che vi dimorano. (…) Quando avrà perduto il culto fetici a delle macchine, del lusso inutile e insipido, del cosidde o “progresso” che attualmente lo schiaccia e lo divora, l’uomo si volgerà nuovamente verso la terra, ritroverà la sua armonia perduta, la sua salute: ridiventerà un uomo normale”.

“Fa lunghe passeggiate sui colli e sui monti, parla coi pastori solitari e saggi, ascolta la voce immensa della natura. Inoltre si dedica a una occupazione che predilige: la fotografia. Bloch ama ritrarre i paesaggi, che hanno parlato alla sua immaginazione, al suo cuore. Ma, soprattutto, si compiace di fermare sulle lastre nitide e fedeli i suoi grandi amici: gli alberi”. (Mary Tibaldi Chiesa).

ANTEPRIMA

INFO

Tema: le vicende di cinque artisti di origine svizzera e il loro legame con la Capriasca interpretati attraverso il linguaggio del fumetto


Data: dal 01.10.2016 al 05.11.2016


Introduzione

Direttore del museo: Nicola Arigoni.

Curatrice della mostra: Katia Piccinelli

Date di apertura: 01.10.2016-05.11.2016

Con il sostegno di

Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona

Comune di Capriasca
Città di Lugano
Lugano Turismo
Raiffeisen del Cassarate
La Buona Stampa
Fondazione Ing. Paquale Lucchini
Sito web:

www.acvc.ch katialand.tumblr.com


Autore dossier: Piccinelli Katia


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