Le valanghe del 1667

Concorso ATTE Museo della Memoria 2017 - 2° premio

In occasione del 350.mo della caduta delle valanghe nelle valli di Leventina e Blenio, gli autori tornano sui luoghi delle tragedie. Grazie a documenti e stampe dell’epoca, arricchite da immagini odierne, si ricordano i tragici avvenimenti con la cronaca scritta nel 1667 da Giovanni Rigolo (per Anzonico) e don Carlo Antonio Fontana per Corzoneso/Cumiasca. I ripari valangari realizzati sotto il Pizzo Erra, testimoniano della cura e attenzione che si hanno al giorno d’oggi, nel tentativo di evitare disastri ambientali e proteggere la popolazione.

Le valanghe del 1667

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Ul cinema da Lamon

Concorso ATTE Museo della Memoria 2017 - Premio speciale della giuria

Il “Cinema di Lamone non è nato come cinema…

Costruito nel 1932, originariamente era un asilo infantile ma, negli anni, ha cambiato funzione parecchie volte: latteria, sala parrocchiale, oratorio, sala di proiezione…

Nel filmato, i vari testimoni raccontano le vicissitudini di questo stabile, grazie a fotografie e documenti d’epoca. Spiegano inoltre il funzionamento del vecchio proiettore 35 mm, raccontano aneddoti divertenti… fino alla felice conclusione del 2015 : l’inaugurazione ufficiale del “Cinema di Lamone”.

 

Autore Tiziano Klein VAL Video autori Lamone

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Le gazzelle del signor Zanzanin

1° premio del Concorso ATTE Museo della Memoria 2017

Nonno Ely racconta in tono fiabesco al nipotino di tre anni la vera storia del signor Zanzanin (Giuseppe Zan Zanini – 1794-1869) che nel 1833 realizzò un irto sentiero contraddistinto da impervi scalini, in parte costruiti, in parte scolpiti nella roccia, sui monti della Valle di Foiòi, in Valle Bavona, per portare le sue mucche all’alpe. Un documento didattico e poetico, per conoscere il territorio, adatto ad adulti e bambini.

 

Francesco Riva – CiAC (Cine Amatori Ceresio – Lugano)

Giuseppe Zan Zanini

Giuseppe Zan Zanini (1794-1869), lavorando a Roma come stalliere, raggranellò il denaro necessario per richiedere l’appalto della conduzione dell’Alpe di Foiòi. L’appalto gli venne concesso dal Comune di Cavergno a condizione che costruisse “una strada praticabile al bestiame bovino” e due cascine. In un solo anno egli costruì una via geniale, caratterizzata da diverse impressionanti scalinate in pietra che tutt’ora resistono all’usura e al degrado del tempo. Presso la prima grande aerea scalinata, sulla destra salendo, incise ad arte, nella liscia parete rocciosa, la storica scritta:

Io Giuseppe Zan Zanini
di Caveg fece la strada
per pasare le bestie bovine
su l’alpe l’anno 1833+

La ciclopica opera non gli procurò, purtroppo, troppa fortuna visto che, durante gli anni di duro lavoro sull’alpe, perse 39 bovine e ancor più tragicamente vi morì una delle sue figlie.
Per quanto riguarda la vita privata del Zan Zanini si sa che ebbe tre mogli:

  • il 4 ottobre 1819 sposò la sedicenne Maddalena Selva (1803-1848) detta “la Bella”, che diede alla luce 13 figli in 29 anni di matrimonio:
    – 11.03.1823, Maria Margherita, morta in fasce
    – 29.04.1824, Elena, morta a 24 anni
    – 19.07.1830, Maria Domenica, morta a 79 anni
    – 02.02.1832, Giovanna Paola, morta in fasce
    – 31.03.1833, Lorenzo, morto a 70 anni
    – 17.02.1835, Faustina, precipitata mortalmente in Val di Foiòi a 20 anni
    – luglio 1836, Giovanni Giuseppe, morto a 7 anni
    – novembre 1837, Giovanni Faustino Filippo, emigrato perdendone le tracce
    – aprile 1839, Davide, morto in fasce
    – 12.04.1840, Davide, morto a 3 anni
    – 16.06.1841, Gregorio, morto a 51 anni
    – 01.07.1843, Maria Anastasia, morta in fasce
    – 21.09.1846, Brigida Maria, morta a 77 anni
  • il 18 dicembre 1848 sposò Maddalena Togni (1814-1852) detta “la Bôna”, la buona, di 34 anni e che morirà 4 anni dopo dando alla luce l’ultimogenita di 3 figli:-
    – 06.02.1850, Pietro Michele Angelo, morto in fasce
    – 08.06.1851, Lucia Margherita, morta a 87 anni
    – 09.10.1852, Maria Agnese, morta a 87 anni
  • il 17 ottobre 1853 sposò la quarantanovenne Maddalena Del Grosso (1804-1873) detta “la Piögia”, l’avara.
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Le gazzelle del signor Zanzanin

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A cento anni dalla Rivoluzione di Ottobre

L'artista Orio Galli ci rivela l'avvincente storia dei propri antenati

Antesignano del graphic design in Ticino, Orio Galli ha saputo accogliere nella sua poliedrica produzione la grande lezione del razionalismo nordico e l’espressività più libera di origine
mediterranea, imprimendo loro l’identità di uno sguardo e una linea unici, che lo collocano fra i nostri maggiori interpreti nel campo della comunicazione visiva e pubblicitaria.

Ticino Management, per sottolineare i 50 anni di attività di questo artista, ha dedicato un apposito servizio che riassume le principali tappe di questa brillante carriera: Un grafico in prima linea >>>

Il Museo della memoria della Svizzera italiana consacra invece questo dossier al recente interesse dell’artista  per la storia della propria famiglia. Orio Galli scrive:

«Capita, quando si comincia a nutrire la certezza di avere un bel po’ di passato dietro di sé, e il sospetto di avere solo un po’ di futuro avanti a sé, che ci si soffermi a ripensare a quel che è stato non semplicemente per prendere atto che il passato è passato ed è la propria storia, ma con il desiderio, la curiosità, la speranza di riuscire in qualche modo a riappropriarsene […]. E allora si vorrebbe sapere di più dei propri genitori e nonni e bisnonni e antenati…fino alle più lontane e misteriose radici familiari».

Eccovi i titoli degli articoli di Orio Galli pubblicati nel Giornale del popolo, con il collegamento al relativo pdf, seguiti da alcune immagini suggestive riprese dai vari articoli.

Un viaggio che inizia dalla fine >>>

Alla ricerca di lontane radici >>>

San Pietroburgo e i primi ricordi >>>

I Galli della “Vecchia Posta” >>>

I Botta di Rancate >>>

I Botta a San Pietroburgo: Francesco >>>

I Botta sulle rive della Neva >>>

Les «Frères Galli» in Russia >>>

San Pietroburgo inizio ‘900 >>>

I “tesini” a San Pietroburgo >>>

Dalla Belle époque alla grande guerra >>>

Tra San Pietroburgo e Besazio >>>

A Milano una terza emigrazione sull’arco di due generazioni >>>

La fuga dal terrore >>>

Da un’emigrazione a un’altra >>>

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Apollo e Leucotoe

Il progetto

Nel corso dei secoli, parole a fiumi hanno cercato di definire il concetto di “mito” e il ruolo rilevante che esso ha rivestito nelle società e nella storia, permeando diverse sfere della produzione umana, dalla psicologia alla letteratura, dalla filosofia all’arte. È proprio dal fertilissimo intreccio tra arte e miti greco-romani che nasce questo cortometraggio, un divertissementtramite cui gli allievi latinisti di quarta della Scuola media di Acquarossa hanno voluto raccontare, a modo loro, la storia di Apollo e Leucotoe tratta dalle “Metamorfosi” di Ovidio, declinandola attraverso le raffigurazioni che svariati artisti ne hanno fornito nel tempo. Ma non solo: i quadri di pittori famosissimi come Botticelli o Velazquez si alternano con ‘opere’ realizzate dagli stessi allievi.

Il progetto, infatti, nasce dalla stretta collaborazione tra il Latino e il corso extrascolastico di Illustrazione.

Durante questa esperienza è stato sorprendente osservare come il pensiero di un’umanità pre-umana, popolata dagli dei dell’Olimpo e da figure fantastiche come ninfe e ciclopi, si associ anche nei giovani d’oggi all’idea di un assoluto naturale, di una sorta di zona franca che sta al di qua di ogni disagio della società, come elaborazione ‘divertita’ di pulsioni, paure, valori ancestrali…

Il film

Sin dagli albori della civiltà, i popoli hanno espresso la propria concezione del mondo creando i miti, racconti tesi a spiegare i fenomeni della natura e della vita. Tramandate oralmente di generazione in generazione, queste storie hanno attraversato i secoli, arricchendosi di nuovi significati e connotazioni, giungendo a costituire il patrimonio culturale e intellettuale della nostra civiltà. Gli allievi latinisti, con la guida della propria docente, hanno voluto raccontare una di queste storie, cercando di rendere la pluralità di punti di vista e di interpretazioni che le caratterizzano: non un protagonista dall’identità granitica e dai forti ideali, quindi, ma tanti personaggi che stanno ancora cercando se stessi, spesso immaturi e inaffidabili, sospinti dall’amore, dal desiderio, dall’ira, dall’invidia, verso una continua e imprevedibile metamorfosi.
Un’umanità adolescente, si potrebbe dire, raccontata da adolescenti.

Il film è stato presentato nel 2018 al concorso Swiss Movie, organizzazione dei videoautori svizzeri che producono film non commerciali.

È stato premiato per il vasto lavoro di ricerca, l’originalità, la raffinatezza della messa in scena e la notevole recitazione.

Cosa si intende realizzare e perchè

Sin dagli albori della civiltà, i popoli hanno espresso la propria concezione del mondo creando i miti, racconti tesi a spiegare i fenomeni della natura e della vita. Tramandate oralmente di generazione in generazione, queste storie hanno attraversato i secoli, arricchendosi di nuovi significati e connotazioni, giungendo a costituire il patrimonio culturale e intellettuale della nostra civiltà. Gli allievi latinisti, con la guida della propria docente, hanno voluto raccontare una di queste storie, cercando di rendere la pluralità di punti di vista e di interpretazioni che le caratterizzano: non un protagonista dall’identità granitica e dai forti ideali, quindi, ma tanti personaggi che stanno ancora cercando se stessi, spesso immaturi e inaffidabili, sospinti dall’amore, dal desiderio, dall’ira, dall’invidia, verso una continua e imprevedibile metamorfosi

Un’umanità adolescente, si potrebbe dire, raccontata da adolescenti.

Obiettivi

“Apollo e Leucotoe” è un progetto realizzato in parte durante le normali lezioni di Latino, in parte fuori dagli orari scolastici, che punta a trasformare un contenuto didattico in un prodotto vivo e attuale, stimolando collaborazioni e sinergie non solo all’interno del gruppo-classe, ma dell’intero istituto, con allievi e docenti coinvolti fattivamente nelle varie fasi della produzione. Gli allievi latinisti, nello specifico, svolgeranno non soltanto i ruoli di attori e sceneggiatori ma, nelle varie fasi della produzione, diventeranno via via operatori di ripresa, costumisti, fotografi, segretarie di produzione e truccatrici.

Il cortometraggio, inoltre, si avvarrà di una colonna sonora originale realizzata da un’allieva.

Fase 1

lo start up, già avviato da alcune settimane, prevede la lettura e la rielaborazione del mito, con stesura della sceneggiatura e realizzazione di illustrazioni con varie tecniche pittoriche; seguirà la pianificazione delle riprese: l’apporto operativo del Direttore Imelli, del corpo docente e dei collaboratori scolastici è fondamentale per coordinare le forze della scuola.

Fase 2

la fase successiva prevede la formazione attoriale degli allievi, attraverso unlaboratorio in cui si lavorerà alla drammatizzazione e alla messa in scena del testo. Il laboratorio sarà incentrato:

– sulle tecniche di messa in scena e scenografia;

– sul racconto corale;

– sullo stile espressivo da adottare in fase di produzione del video;

– sulla capacità di dare corpo e voce ai personaggi.

Fase 3

questa fase vede il confluire delle precedenti nell’allestimento, nelle riprese e nella realizzazione del cortometraggio che sarà realizzato con la tecnica fotografica del chroma keynoto anche come green screen.

Infatti la scenografia, da realizzarsi evidentemente in post-produzione, prevede l’alternarsi una decina di ragazzi in un ambiente di stile pomepeiano e la narrazione del mito tramite i quadri dei grandi pittori del passato che si alterneranno alle pareti.

Fase 4

promozione del DVD attraverso:

– performance spettacolare pubblica, con proiezione del film presso la sala del cine-teatro

‘Blenio’ di Acquarossa;

– partecipazione del cortometraggio a festival, concorsi a tema e rassegne cinematografiche;

– pubblicazione di articoli su riviste e testate giornalistiche locali.

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Il fondo fotografico del periodico La Turrita

Una nuova collaborazione con il periodico La Turrita

Da diversi anni La Turrita collabora con il Museo della memoria della Svizzera italiana permettendogli di inserire nel sito i numerosi e interessanti articoli riguardanti le trasformazioni del nostro territorio, le attività svolte una volta e ora scomparse, le nostre tradizioni e molti altri aspetti sul Ticino di una volta.

A questa collaborazione si aggiunge ora la possibilità di inserire foto pubblicate, col permesso dei proprietari e dei detentori dei diritti, tra i quali l’Istituto Federale di Ricerca WSL di Cadenazzo, l’Archivio federale svizzero, l’Ufficio dei beni culturali e numerosi collezionisti privati.

Riserviamo quindi un apposito spazio al Fondo fotografico della Turrita, spazio che verrà regolarmente aggiornato.

Le immagini

Daro - Artore

Arbedo
Daro-Artore
Bellinzona
Cadenazzo
Camorino
Carasso
Carena
Claro-Gnosca
Giubiasco
Gorduno
Lumino
Medeglia
Molinazzo
Castione
Montecarasso
Paudo-Pianezzo
Ravecchia
Roveredo
Sementina
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I sapori del tempo-una pubblicazione sulla Valle Morobbia di Silvano Codiroli

La presentazione di Sandro Bassetti

Il Museo della Memoria dell’Associazione Ticinese della Terza Età (ATTE  http://museodellamemoria.ch/), si occupa fin dalla sua creazione, di promuovere e divulgare tutte le testimonianze sul nostro passato in forma documentale, audio e visiva. Come tangibile ricordo ed evocazione della storia nella Svizzera italiana, valorizzando in particolar modo i lavori di ricerca creati da tanti nostri lungimiranti concittadini, non necessariamente storici o letterati.  Condensare in poche righe con riferimenti oggettivi le oltre 250 pagine dell’importante opera di Silvano Codiroli, è stata un’impresa non facile, anche per chi come me, originario della valle Morobbia, si è già precedentemente impegnato in un lavoro di ricerca storica fotografica sulla realtà vallerana del passato.  Pertanto, faccio volentieri riferimento alla eccellente prefazione di Silvano Toppi, nella quale rammenta con emozione, tra le altre cose, anche il periodo da lui passato a Pianezzo, quale compagno di classe, sottolineando le doti umane dell’autore. Introduzione perfettamente esaudiente e appropriata, sui numerosi temi trattati da Silvano Codiroli che toccano e approfondiscono le peculiarità della vita in valle del secolo scorso. Raccontata con dovizia di particolari e significative fotografie, da una persona che l’ha sperimentata personalmente in modo intenso, dedicandosi per tanti anni, senza lesinare energie, alla vita sociale e pubblica della valle.Da sottolineare anche le riflessioni dialettali, in particolare il testo e la morale dello scritto “S’as trova piü” che ben inquadra l’evoluzione dei rapporti umani e sociali tra le persone. Mai come in questo caso, il motto “conoscere il passato per vivere al meglio il presente e pianificare il futuro”, permette al lettore di scoprire, nel bene e nel male, importanti spaccati della vita dell’epoca nella valle Morobbia. Non così distante, se non addirittura simile, alla vita di tante altre valli della nostra bella Svizzera italiana dello scorso secolo. “La valle Morobbia non s’incontra così per caso, occorre cercarla!” È la frase iniziale sul retro della copertina del libro.  Cercatela veramente, ne vale la pena: ma prima leggetevi il libro di Silvano Codiroli e la vostra visita, sarà sicuramente più coinvolgente.

 

Arbedo, 4 maggio 2017                                                                   Sandro Bassetti

Cenni biografici sull’autore>>>

La prefazione di Silvano Toppi>>>

Vedi tutta la pubblicazione>>>

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L’archivio fotografico del Comune di Ascona

Ascona e dintorni dagli anni 30 agli anni 50 nelle immagini di Piero Pancaldi.

L’archivio fotografico nasce nel contesto dell’esposizione “Ascona immagini del passato nella cornice di oggi” realizzata nel 2003 nel Borgo di Ascona, in occasione del 150°anniversario della nascita del Cantone Ticino. L’interesse che quest’evento ha suscitato tra la popolazione di Ascona ha avuto come conseguenza positiva per il nostro archivio che, a questo primo nucleo di fotografie, se ne aggiungessero altre soprattutto le oltre 5’000 che il Signor Claudio Pancaldi ha deciso di donare al nostro Museo. Queste fotografie che rappresentano una parte del ricco quanto prezioso archivio fotografico di famiglia, hanno dato un notevole contributo alla crescita del nostro archivio fotografico comunale.

Ogni immagine conservata rappresenta uno spaccato di storia locale, una testimonianza di vita passata, documentata e accessibile a tutti. L’archivio si compone di 150 stampe originali, 502 riproduzioni, 120 cartoline, 17 negative su lastra di vetro e di oltre 4000 negative su pellicola, che spaziano dall’ultimo decennio del 1800 fino ai nostri giorni.

Le immagini ci restituiscono paesaggi della nostra regione, vedute panoramiche del lungolago, della collina e delle contrade del Borgo; a queste si aggiungono festività, mestieri, ritratti, ricorrenze ed eventi che hanno segnato la storia del borgo illustrandone la trasformazione urbanistica, sociale, economica e culturale avvenuta nel corso del Novecento.

Tutte le fotografie sono conservate e catalogate su supporto informatico, e tutti i dati relativi ad esse sono raccolti in schede informatizzate così da avere un quadro completo dello stato del documento in oggetto. Attualmente l’archivio è consultabile presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona previo appuntamento.

Ascona e dintorni dagli anni 30 agli anni 50 nelle immagini di Piero Pancaldi

Archivio fotografico di Ascona

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Avegno Un patriziato Un paese Una e tante storie

di Renato Ramazzina

Il Patriziato di Avegno è un ente ticinese, situato nel Comune di Avegno-Gordevio. È uno dei tanti patriziati che per storia, tradizione ed evoluzione rassomiglia alla gran parte dei patriziati ticinesi. Sono le sue genti, così come la particolarità della sua morfologia e della collocazione geografica nel Circolo della Maggia, nel distretto di Vallemaggia, ad aver fatto e a fare ancora oggi la differenza.

A ghé più nissügn ca frànca un sasc”, mi disse Andrea Jori sul sentiero dei Mont fòra. Che grande e profonda storia sta dietro questa espressione!

Occorre dunque conoscere per sapere, sapere per capire, capire per poter apprezzare e apprezzare per amare questo territorio e la sua gente.

L’ attenzione e la considerazione che il lettore vorrà dedicare a questo scritto e a queste immagini è il più grande riconoscimento esprimibile di fronte ai valori che le rimembranze del passato continuano a trasmetterci.

Una delle prime cose che le persone curiose si chiedono quando si parla di un Comune è l’etimologia del suo nome: Avegno, in dialetto Avégn. Un nome che sembrerebbe non avere legami concreti con qualche cosa di tangibile esistente nel Patriziato.

Negli scritti d’archivio, in anni diversi, troviamo parecchie versioni come, Vegnio, Vegno, Vengno e Venio, probabilmente dovute più all’immaginazione o alla perizia della penna di chi scriveva, che non a una denominazione in quel momento esattamente definita.

Secondo il repertorio toponomastico ticinese, l’ipotesi etimologica più accreditata riconduce all’aggettivo latino ABIEGNU, che significa “abetino, relativo all’abete”. Possiamo pensare, in generale, all’abete bianco tipico della Vall di Cròat o alla presenza sporadica dell’abete rosso sul resto del territorio. Ma, in questo senso, il bosco di faggi risulta oggi molto più esteso e dominante. Forse un tempo non era così, poiché i faggi hanno fatto la loro comparsa solo molto più tardi. In fondo all’ovigh della Costa, ben sotto il Söö, ci sono ancora alcuni abeti secolari, rimasti in piedi grazie al fatto di essere stati fuori mano per il taglio e la trasformazione in travi. Essi sono la rimanenza di un’abetina potenziale estesa perlomeno su tutto il fianco a bacìo della Vall do Ri grand.

E se il nome Avegno provenisse dal fatto che, chissà quante volte al giorno, chiamando qualcuno ci si sente rispondere “à vègni !”?

E se fosse una conseguenza della spiegazione che vuole situare geograficamente il villaggio? Infatti dopo Pònt Bròla “a Vègn” Gordèv.

A tutti l’augurio di una buona e proficua lettura.

Renato Ramazzina
Patrizio di Avegno, Terra di Dentro

 

Avegno e il suo Patriziato, una ricchezza per il Ticino >>>
di Luigi Pedrazzini

Avegno, tra ricordi e nuove sfide >>>
di Tiziano Zanetti

Il Patriziato di Avegno, un Patriziato ricco di storia come tanti altri >>>
di Fausto Moretti

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Ritorno alla Fonte Aureglia

Articolo apparso nel numero di dicembre 2018 della Voce di Blenio

Ritorno alla Fonte Aureglia

a 80 anni dalla sua inaugurazione
a cura di Tarcisio Cima

La sua collocazione attuale, addossata com’è ad una cabina di trasformazione della Sopracenerina, non è certo delle più felici. Ma almeno è ancora lì, nei pressi della chiesa di Sant’Ambrogio a Dangio, la Fonte Aureglia, inaugurata con grande enfasi il 21 agosto 1938, testimone silenziosa di una singolare vicenda famigliare e sociale. EMIGRAZIONE – AMORE – SACRIFICIO sono le parole scolpite nel marmo chiaro di Castione della fontana. Difatti questa che ci apprestiamo a ripercorrere è una storia di emigrazione. Una delle tantissime storie dell’emigrazione bleniese, potrebbe obiettare qualcuno. Sì, ma questa è declinata al femminile, ciò che la rende più rara e quindi originale. Ed è, prima ancora, una storia di amore.

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Ferdinando Gianella – Quel Bleniese di multiforme ingegno

Articolo apparso nel numero di novembre 2018 della Voce di Blenio

Quel Bleniese di multiforme ingegno

Ferdinando Gianella (1837-1917)
protagonista del quarto volume della collana Impronte bleniesi

Presentazione di Stefania Bianchi

Il sabato 3 marzo scorso è stato presentato al Cinema Teatro Blenio di Acquarossa il quarto volume della collana Impronte bleniesi,  dedicato alla singolare figura di Ferdinando Gianella (1837-1917), curato da Valentina Cima, comprendente anche i contributi di Letizia Fontana, Fabrizio Mena e Gianmarco Talamona. Siamo ora lieti di proporre alle nostre lettrici e ai nostri lettori la brillante presentazione  che del volume ha fatto in quell’occasione la professoressa Stefania Bianchi, alla quale va la nostra gratitudine.

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Si slittava ol trainòn

Articolo pubblicato su Il Biaschese - Maggio 1988

Voglia di vivere di Elzio Rodoni

Si era allora in quell’età in cui un fiocco di neve ti metteva addosso un’euforia e una gioia incontenibili. Era l’insolito chiarore che filtrava dai vetri della mia camera e il silenzio ovattato rotto a intervalli dallo scricchiolio di qualche ramoscello spezzato a farmi percepire che l’evento tanto atteso si era avverato.

Balzavo fu ori dal letto, a piedi nudi, incurante dei due o tre gradi centigradi, spalancavo la finestra e subito lo sguardo si focalizzava sul tetto del porcile o dei muriccioli vicini dove l’altezza del manto nevoso era facilmente verificabile. Il grido di gioia era in stretta correlazione con l’altezza della neve e in quegli anni (1950/1951) di neve ne cadde a dismisura. >>>

 

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