70 anni dopo… Frontiera di Stabio presentazione

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8 settembre 1943 - 8 settembre 2013

Museo della Memoria della Svizzera italiana | 70 anni dopo… Frontiera di Stabio | Progetto a cura dell’Associazione Ticinese Terza Età

 

Qualche anno fa, durante una visita all’Archivio Cantonale di Bellinzona, ci vennero mostrate diverse (circa 200) fotocopie di fotografie, risalenti al 1943, di Stabio e altri luoghi del Ticino, e ci fu chiesto se potevamo selezionare quelle di Stabio in modo che almeno per una parte degli scatti si aveva la certezza del luogo.

Le fotografie sono state fatte dal fotografo Christian Schiefer, e concernono l’entrata in Svizzera dei profughi fuggiti  dall’Italia dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Ben volentieri accettammo l’incarico e il risultato fu un fascicolo di un centinaio di pagine (tanti erano gli scatti concernenti Stabio) che inviammo sia all’Archivio di Bellinzona sia al Municipio locale; eravamo nel 2004.

Quest’anno, 70 anni dopo che furono scattate molte di quelle foto, abbiamo pensato di valorizzarle proponendo all’autorità comunale l’organizzazione di una mostra e una serie di conferenze. Una volta accettata la proposta, ci siamo messi al lavoro.

Subito ci siamo posti delle domande:

  • Che ci faceva a Stabio un fotorep+orter proprio nei giorni del grande afflusso di richiedenti l’asilo?
  • Chi era Christian Schiefer?
  • Come furono accolti in paese questi profughi?

Censura

Le risposte a questi quesiti le troviamo in parte percorrendo la mostra, in parte nella pubblicazione che stiamo elaborando e che uscirà fra qualche mese.

Soffermiamoci sulla mostra e vediamo perché un fotoreporter si trovava a Stabio proprio in quei giorni.

Per capirlo bisogna parlare di censura.

In Italia era normale durante il Ventennio. Quello che vedete e che sono riuscito a recuperare riguarda una lettera spedita da Cantello alla signora Pestoni di Stabio.

Ma anche anche in Svizzera la diffusione di resoconti scritti e fotografie su giornali, riviste, affissi o volantini fu sottoposta alla censura dell’esercito.

Il controllo della stampa aveva innanzitutto la funzione di impedire che trapelassero dettagli su installazioni rilevanti per la difesa nazionale.

Censura

In nome della neutralità, i giornalisti erano tenuti a riferire le notizie sugli avvenimenti internazionali in modo misurato mantenendo equidistanza di giudizio sui due blocchi belligeranti.

In caso di infrazione alle direttive impartite alle redazioni, le sanzioni previste andavano dall’ammonimento ufficiale, nei casi più lievi, fino al sequestro dell’edizione oppure, ma assai raramente, alla sospensione temporanea delle pubblicazioni. Quest’ultima misura fu applicata nel Ticino ai due giornali dell’area di sinistra «Avanguardia» e «Libera Stampa».

Per l’approvazione delle fotografie, i fotoreporter generalmente inviavano all’autorità di censura solo copie in piccolo formato, circostanza che provocò qualche malinteso.

CensuraParlare dei due esempi di censura.

Nell’edizione di «Illustrazione ticinese» del 21settembre 1940 fu pubblicata una fotografia, regolarmente passata al vaglio della censura, che ritraeva alcuni soldati ticinesi, uno dei quali, un po’ nascosto, teneva il braccio sollevato con il pugno chiuso alla maniera comunista. Nella fotografia di piccolo formato questo dettaglio era sfuggito all’occhio dei censori, che non mancarono però di redarguire in seguito il direttore della popolare rivista illustrata, Aldo Patocchi.

Il controllo censorio si estendeva a immagini apparentemente innocue: la redazione di «Illustrazione Ticinese» fu pure richiamata all’ordine per aver pubblicato, il 20 novembre 1943, la fotografia di un internato senegalese che felice saliva la scaletta del circo Knie per assistere allo spettacolo

La censura impedì anche la diffusione di notizie sulle persecuzioni in corso oltre confine. Dopo aver pubblicato nell’edizione del 9 ottobre 1943 un articolo intitolato La persecuzione degli ebrei anche in Italia, «Libera Stampa» ricevette un ammonimento per aver riferito «di atrocità che sarebbero state commesse dai tedeschi contro gli ebrei dell’Alta Italia».

CensuraLa censura integrale esercitata su tutto ciò che direttamente o indirettamente riguardava la sfera militare provocò un blackout informativo che rischiava di pregiudicare il rapporto di fiducia tra esercito e popolazione e favorire la diffusione di voci incontrollate. Per colmare questa lacuna l’esercito istituì un distaccamento di corrispondenti militari nel quale furono arruolati redattori, liberi giornalisti, cineasti e fotografi professionisti. Tra i fotoreporter reclutati troviamo Christian Schiefer.

In tal modo furono realizzati migliaia di articoli, circa 25000 fotografie e numerosi filmati; gran parte di questi documenti, tra i quali numerose foto di Schiefer, si trovano ora depositati presso l’Archivio federale di Berna. Altre fotografie militari di Schiefer sono confluite assieme a numerosi scatti da lui realizzati come fotoreporter indipendente in un ricco fondo a suo nome costituito presso l’Archivio del Cantone Ticino di Bellinzona.

Sempre a proposito di censura, scorrendo i giornali del tempo si nota come siano quasi inesistenti le notizie riguardanti l’afflusso di profughi.

L’argomento fu trattato in pochissimi scialbi articoli e in laconici comunicati ufficiali emanati dal Comando territoriale di Bellinzona.

Il controllo su questo genere di notizie aveva lo scopo di prevenire complicazioni nelle relazioni diplomatiche, di impedire che trapelassero in Italia informazioni utili ad altri che intendessero tentare la via della Svizzera o, al contrario o ai loro aguzzini preposti alla sorveglianza della frontiera, e di non turbare lo stato d’animo della popolazione ticinese.

CAMPO DI CALCIO DEL COMACINILe fotografie sui rifugiati del fotoreporter dell’esercito Christian Schiefer, che all’epoca nessuno poté vedere, sono dunque straordinarie.

L’ondata di migliaia di profughi riversatasi nel Ticino nel settembre 1943 fu gestita dalle autorità in tutta emergenza facendo capo a strutture improvvisate.

Quello che vedete fotografato è il campo di gioco del F.C. Chiasso posto in via Comacini. I diversamente giovani, come s’usa dire al giorno d’oggi, si ricorderanno di questo civettuolo impianto, come fu definito, che vide i Rossoblù chissesi, categoria dopo categoria, arrivare, negli anni Cinquanta, ad essere campioni d’inverno. E sulle passioni calcistiche che si vivevano al Comacini potrei soffermarmi a lungo, ma questa non è il momento.

Tirem inanz.

Nei campi di prima accoglienza, i rifugiati vennero sottoposti alla visita medica e fatti passare allo «spidocchiamento»: le persone venivano disinfestate nelle docce calde, mentre indumenti, oggetti personali e bagaglio in un’apposita macchina con aria calda.

La fase delle prime misure sanitarie è descritta dal caporale Michele Tunesi, il giornalista  affiancante Schiefer, in un resoconto del 17 settembre 1943: Una buona per quanto rapida visita è necessaria. Un giovane tenente medico si occupa di questa faccenda ed ha oggi non poco da fare. Con gli arrivi in massa di disertori non si possono più fare entrare ad uno ad uno nello stanzone di prima per sottoporli alla visita. Occorre fare più presto. Eccone uno scaglione di circa 120. Un ufficiale italiano è incaricato di farli allineare su quattro file ben distanziate. Torso nudo. “Prima di tutto chi ha malattie veneree si annunci subito”: intima il tenente medico. Poi lui e un suo aiutante passano lungo le file e scrutano dapprima le mani, poi gli occhi, le ascelle

VISITA MEDICA SPIDOCCAMENTO

I VOLTI DI CHI HA CERCATO RIFUGIOChristian Schiefer fu anche incaricato di scattare le fotografie in formato passaporto da inserire nel «libretto per rifugiati». Accostate l’una all’altra queste fotografie compongono una galleria dei «salvati», di coloro che scamparono alle persecuzioni naziste e fasciste.

Mancano invece i ritratti dei «sommersi», quelli che, respinti dalle guardie elvetiche, furono arrestati e avviati ai campi di concentramento, dove in gran numero trovarono la morte.

Le direttive sui criteri di accettazione impartite da Berna alle guardie di frontiera variarono nel tempo e furono spesso di difficile interpretazione. La categoria d’appartenenza dei profughi rivestiva un’importanza particolare: i rifugiati politici beneficiarono di un trattamento particolarmente favorevole, mentre per troppo tempo gli ebrei furono in parte respinti. La frontiera elvetica divenne il drammatico spartiacque tra

la vita e la morte e lì si decisero molti destini.

LIBRETTO PER RIFUGIATI LIBRETTO PER RIFUGIATI

 

CHRISTIAN SCHIEFERCristian Schiefer morì a Lugano nel 1998 all’età di 102 anni. Nel 2003 gli vennero dedicate 2 mostre (una a Bellinzona e una a Lottigna) e questo bellissimo volume dal titolo “La guerra vista dal Ticino” che oltre alle foto dello Schiefer, reca importanti contributi sull’opera del fotografo.

Schiefer fu un testimone del suo territorio adottivo (proveniva dai Grigioni).  Si recò nelle valli, fotografò cortei, processioni, fiere, ritrasse politici locali, artisti, ciclisti,  velisti, i morti in casa (come allora si usava), i matrimoni e le “vedute del Ticino”. E poi la guerra, non quella lontana, ma la guerra vicina.

TITLEIl colpo giornalistico di Schiefer, quello che egli definì «il lavoro più emozionante, ma anche il peggior ricordo della mia vita», fu senza dubbio il reportage realizzato al momento della capitolazione in Lombardia delle truppe naziste e repubblichine.

Ecco la sua testimonianza tolta da “La guerra vista dal Ticino”

È arrivata una telefonata da Zurigo, dalla Schweizer Illustrierte.

Mi dicono di tenere gli occhi aperti, di cercare, di vedere, di trovare qualche cosa su Mussolini. Sono andato al Comitato di liberazione che era nella Villa Soldati, in via Cantonale. Lì c’era un certo signor Bernasconie mi ha fatto il permesso, senza problemi. C’era scritto: “Il giornalista svizzero signor Cristiano Schiefer, reporter fotografico della Schweizer Illustrierte, si reca in Italia ed è da noi mandato per servizi giornalistici e d’informazione per la stampa estera”. Sapevo che il console svizzero era stato trasferito a Como.

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Citare il libro su Brenni.

Sono andato lì, sul lungo lago, in una villa dove avevano l’ufficio e ho avuto la fortuna di trovare Brenni.

Era una persona molto gentile e per caso è arrivato il delegato della Croce Rossa. Brenni gli domanda: “Può prendere il signor Schiefer come fotografo per portarlo a

Milano a suo rischio e pericolo?” L’altro non poteva dirgli di no, io naturalmente ho accettato con grandi ringraziamenti e siamo partiti.

Sul tetto della macchina c’era la bandiera della Croce Rossa e per la strada abbiamo visto centinaia di partigiani. Ci avranno fermati almeno dieci volte. Erano sempre in quattro o cinque con pistole e mitragliatrici, anche dei ragazzi. Fermavano la macchina, ma bastava

dargli qualche sigaretta e ci lasciavano ripartire. Mi ha lasciato giù all’Albergo Diana. Anche a Milano le strade erano piene di antifascisti e partigiani. Fuori si sentiva sparare, anche dai tetti. Avevo paura.

TITLEA mezzanotte, dopo aver mangiato a lume di candela nello scantinato dell’albergo, ho sentito il notiziario radio e hanno detto che Mussolini era stato ammazzato e fuori ho sentito le grida di gioia e altri spari, per festeggiare. Non ho chiuso occhio. La mattina presto

trovo uno che pulisce le scale e mi dice che hanno portato quel farabutto a Piazzale Loreto. Allora sono partito a cercare il Comando dei carabinieri e mi hanno dato un uomo – non so se era un partigiano o un alpino, ma aveva un cappello con le piume – che mi ha accompagnato tutta la giornata. Mi teneva per mano, come un bambino, per non perdermi. Da lì siamo partiti, ma prima di andare verso Piazzale Loreto mi ha condotto al Politecnico dove stavano processando Starace, un gerarca fascista.

TITLELo hanno portato fuori per farmelo fotografare e lui mi guardava, non ha mai abbassato gli occhi. E poi quelle povere donne con la testa rapata. Mi hanno fatto impressione perché possono aver sbagliato ma … per l’amor di dio, un po’ di umanità. Era molto crudele e triste vedere i morti per strada ammazzati. Piazzale Loreto era già talmente pieno che non c’era neanche più posto per far cadere in terra un granello di riso.

Il mio uomo, con la pistola in mano, gridava “largo, largo! Stampa estera!” E solo così è riuscito a portarmi davanti, dove ho potuto salire su un carro. Lì ero un po’ rialzato e ho potuto fare quelle fotografie … tristi.

TITLEQuanto S. ha fotografato è forse il momento più importante della storia italiana dello scorso secolo: è il momento in cui lo Stato fascista, repubblichino e monarchico viene lasciato alle spalle e. di lì a poco, nascerà quello repubblicano.

Questa immagine da sola varrebbe una serata di discussione.

Il dibattito storico attorno alla morte cruenta di Mussolini è ancora aperto: c’è chi vede in essa il peccato originale dell’Italia repubblicana con le sue profonde divisioni che ancora oggi la caratterizzano.

Uno Stato democratico non può prescindere da una delle sue caratteristiche che sono i processi.

Ma, ripeto, il dibattito sarebbe lungo e appassionante e non tocca a noi farlo.

TITLEL’ho fatto con molta fatica quel reportage. Poi il mio uomo mi ha portato all’Ufficio dei trasporti. Lì mi hanno dapprima interrogato come svizzero, su come la pensavo io e cosa pensavano gli svizzeri di Mussolini.

A Lugano ho sviluppato e ho spedito ancora la stessa sera le foto a Zurigo, alla Schweizer Illustrierte. Però hanno pubblicato solamente quella dove si vede il mio carabiniere che interroga uno che non aveva il passaporto in ordine e poi forse dopo è stato anche ammazzato. Ma non hanno pubblicato le foto crudeli, i morti per terra o Mussolini appeso per i piedi, quelle no, da noi non si poteva, per via della censura. Poi però ho saputo che sono uscite sui giornali di tutto il mondo, in Inghilterra, in America … Io sono stato sicuramente il primo fotografo ad arrivare sulla piazza, dopo sono arrivati tutti gli altri e anche le loro foto si vedevano dappertutto. Fin troppo. Ero soddisfatto, certo, perché quel servizio lì era importante, lo hanno visto in tanti in tutto il mondo. Però una fotografia dei pescatori di Bissone mi fa più piacere di tutte quelle lì messe insieme …

TITLESpiegare che fece ancora uno scoop, poi rifiutò di adeguarsi a quel tipo di reportage.

Nel settembre 1945 a Schiefer fu chiesto un altro reportage a sensazione. In quel periodo soggiornava a Moltrasio, sulle rive del lago di Como. Winston Churchill, ufficialmente in vacanza dopo la sconfitta inflittagli alle elezioni dai laburisti. La sua presenza in Italia sembra fosse in relazione all’esistenza di un compromettente carteggio conMussolini, che lo statista inglese intendeva recuperare o distruggere.

Grazie a pazienti appostamenti e pedinamenti, Schiefer riuscì a realizzare alcuni scatti del celebre statista inglese, che apparvero il 19settembre sulla prima pagina della «Schweizer lllustrierte Zeitung».

Ilreportage su Churchill fu il suo ultimo «SCOOP», dopodiché Schiefer ritornò a raccontare semplici storie di provincia, eventi ordinari.

TITLETorniamo alla piccola mostra allestita nel  vano d’accesso all’aula magna.

Osservando le foto di chi sbarca a Stabio non troviamo visi angosciati dalla sofferenza.

Riflessione: perché a Stabio risultò più facile entrare?

Cartelli con la scritta “Stabio”, tipo quello fatto penzolare dal soffitto, in effetti erano stati tolti. Per privare il nemico di qualsiasi informazione che ne avrebbe agevolato l’eventuale invasione,furono rimossi i cartelli indicatori da strade e sentieri e fu decretato il divieto di esportazione, cessione o vendita di carte topografiche o altre forme di rappresentazione del territorio. Il Comando territoriale di Bellinzona invitò tutti i comuni a esporre un cartello nelle tre lingue nazionali con questo avviso: “Al di fuori delle località abitate è proibito prendere fotografie panoramiche senza l’autorizzazione del Comando Territoriale. In ispecie è vietato prendere fotografie dai treni e da altri mezzi di trasporto. Le contravvenzioni saranno punite dalle autorità militari».

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Per contro, come si vede nella foto, sul tetto della camiceria di Stabio comparve una grande croce per indicare agli aerei di non bombardare perché si trovavano su suolo elvetico.

Valigie e biciclette le abbiamo messe in quanto, come ben visibili in molte foto, sono un po’ il simbolo di quel periodo.

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E a proposito di biciclette, vogliamo ricordare Emilio Croci Torti di Stabio che in quel periodo iniziava la sua carriera che lo porterà a gareggiare con i più grandi corridori del tempo in tanti giri della Svizzera, d’Italia e di Francia.

È un piccolo pensiero per ricordare Emilio di recente scomparso.

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Le vie di Stabio (Guido Robbiani)

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I richiedenti asilo entrati dalle frontiere che delimitano il territorio di Stabio con l’Italia, sono stati convogliati verso il centro del paese e hanno percorso via Giulia e via Cesarea. Le persone che abbiamo intervistato hanno fatto accenno ai commerci – negozi, ristoranti e altro – presenti lungo queste vie. Questa memoria abbiamo voluto salvaguardarla ricostruendo una mappa del paese d’allora con i vari commerci esistenti. Ne sono nate illustrazioni che inseriremo nel volume al  quale già abbiamo fatto cenno.

TITLEFacciamo un passo indietro. Alla fine dell’estate 1939, il mondo precipita verso la Seconda guerra mondiale e, con esso, la Svizzera: il 30 agosto l’Assemblea federale, dopo aver votato i pieni poteri al Consiglio federale, elegge alla carica di generale il colonnello vodese Henri Guisan. Pochi giorni dopo, tra il 3 e il 5 settembre, l’esercito viene mobilitato.

Leggere componimento tralasciato.

E la figura del generale assume aspetti mitici. Grazie a Manuela Maffongelli responsabile  de L’Archivio delle donne possiamo disporre di documenti lasciati dalla maestra Vela-Cleis che ben dimostrano quel clima.

Guisan non disdegna i bagni di folla.

A Stabio non verrà, ma arriverà il presidente della Confederazione Enrico Celio.

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Un altro aspetto che abbiamo voluto trattare nella mostra è quello della presenza fascista a Stabio.

Ragazzi di famiglie italiane residenti si recavano giornalmente a scuola, portati su un carro con panchine trainato da un cavallo, alla casa d’Italia che aveva sede a Mendrisio.

Casa di Italia a MendrisioAlle pareti documenti di chi frequentava quella scuola che si trovava prima della maternità ora abbattuta.

Chi li ha letti avrà notato il tono di euforia col quale i ragazzi si rivolgevano a chi era al fronte, in contrasto al tono mesto delle ragazze che vedevano i loro cari partire perché mobilitati.

Passiamo ora a qualche testimonianza orale che abbiamo raccolto, cominciando con l’ingresso del Savoia-cavalleria.

(Pierino Bernasconi, Ligornetto, 1931)

Nel ’43 avevo 12 anni e mi ricordo bene dell’ingresso in Svizzera del “Savoia cavalleria”.

Eravamo in casa e all’improvviso si presenta sull’uscio un contadino di Clivio che aiutava mio padre nel tagliare l’erba, che racconta di aver visto dei militari in paese e, avendo preso paura, di essere scappato.

Stemma del Savoia cavalleriaUsciamo di casa e ci avviamo verso la pesa e il Museo Vela e vediamo arrivare cavalli – non so se 400 o 500 – e soldati. La gente si avvicina ai militari e gli dà qualcosa da bere e da mangiare. Al confine c’era il capoposto Garbani che li ha lasciati entrare. Mi ricordo che sono arrivati fin sotto la piazzetta dove c’erano le scuole vecchie e lì hanno consegnato i fucili che furono sistemati in un magazzino della Cooperativa. S’erano pure fermati sotto il cimitero, facendo arrostire i löv da carlun anche se il granturco non era ancora del tutto maturo. Poi si sono diretti fino a Maroggia-Melano.

(Giovanni Piffaretti, Ligornetto, 1921)

Reggimento SavoiaVenuti a conoscenza dell’ entrata della cavalleria Savoia, o almeno di quello che rimaneva dalla spedizione in Russia, alla Cantinetta di Ligornetto, il primo tenente e amico carissimo, avv. Ercole Doninelli, venne chiamato d’urgenza con il maggiore Giambonini sul sagrato di San Giuseppe dove avvenne la consegna delle armi.

C’era- sono parole del carissimo Ercole – una grande folla di Ligornettesi, tutti con qualche cosa da donare ai militi italiani: un po’ di pane raffermo di 48 ore – così si viveva allora – qualche frutto di stagione, pesche e uva, tanta uva.

Furono scene commoventi. Gli attriti tra Ticinesi e Italiani erano dimenticati, sepolti.

Il Governo ticinese unanime si fece interprete a Berna delle richieste del Ticino in favore dei rifugiati italiani. Le iniziative di solidarietà per i profughi della penisola si moltiplicarono. Guglielmo Canevascini, grazie anche alle sue cariche, poté interessare il comandante della polizia Ferrario per autorizzazioni e permessi.

Dormirono tutti all’aperto, a San Giuseppe.

Citare articoli apparsi sul Corriere e su Repubblica.

Passiamo a quella che è stata definita la “fiumana” del 17 settembre

(Giocondina Albisetti, Stabio, 1926)

FiumanaQuando, nel ’43, sono entrati in tanti, ero in camiceria. Non abbiamo potuto scendere a vederli perché dovevamo continuare a lavorare, ma li abbiamo osservati dalla finestra, erano tutti allineati e avevano le valigie legate con le corde.

(Gemma Angelini, Stabio, 1933)

Mi ricordo che erano tante le persone entrate in Svizzera nel ‘43. Li raggrupparono dove una volta c’erano le terme, in faccia ai Frangi: c’era una cancellata e quello spazio esiste ancora. I bagni erano dell’avvocato Palanca, il padre del Dott. Gobbi. La gente gettava ai profughi scatolette di formaggio e pezzi di pane. Mi ricordo pure che gridavano.Fiumana

(Caterina Bernasconi nata Bobbià, Riva San Vitale, 1930)

Poi quando è stato firmato l’armistizio tanti scapparono in Svizzera dal Gaggiolo.

Io, con altre ragazze, mi trovavo in strada, vicino all’Asilo Meotti dove c’era il negozio di frutta e verdura dei “Frosi” che misero sulla strada cassette di mele che noi distribuivamo a queste persone con le scarpe e le valigie legate con una corda. Li radunarono alla vecchia stazione di Stabio Ad aiutare i poliziotti vi erano le guardie locali delle quali faceva parte anche mio papà. Sono state queste guardie che han condotto i profughi a Mendrisio, al ginnasio vecchio.

(Pina Croci Torti, Stabio 1923)

Stazione FerroviariaNel  1943 andavo già a lavorare alla camiceria. Nel prato, vicino al Gaggiolo, dove adesso hanno costruito la fabbrica degli orologi Farone si sono fermati i soldati arrivati seguendo il corso del fiume Gaggiolo. Anche lì c’era la rete ma l’hanno superata. Erano tanti.

Eravamo quattro ragazze e a mezzogiorno, al ritorno dal lavoro, li abbiamo visti e ci siamo fermate ad osservarli. Avevano con sé dei fagutei.

Non abbiamo mangiato e siamo andate dalla signora Pellolio, che abitava vicino, ad attingere acqua dal pozzo da portare a quei poveracci. Portammo anche qualche pezzo di pane che ci diede la zia Rusin.

RUSIN Tarelli(Elio Manghera, Stabio, 1938)

Nel ’43 avevo 5 anni. Noi abitavamo  verso il Piazzolo, e, come tutti gli altri ragazzi, passavamo del tempo in strada. Mi ricordo che quando transitarono i profughi mia madre scese in strada a prendermi. Uno di questi entrò a chiedere qualcosa da mangiare; mia madre gli diede mezza micca di pane e lui le regalò un paio di stivali da ufficiale.

Altre testimonianze si soffermano sugli aiuti dati.

(Elsa Auf der Mauer, Stabio, 1924)

Cartoline Giacomo Croci TortiNel 1944/45 ospitammo un bambino per tre mesi. Succedeva che la Croce Verde doveva gestire delle famiglie di profughi: noi ci rivolgemmo all’associazione che ci autorizzò a tenere un bambino. L’anno seguente rimase tutto l’anno. Veniva da Genova, perfino era andato a scuola qui, dalla Maestra Luisoni, erano gli anni della guerra.

(Lina Rossi Manghera, Stabio, 1929)

Noi ragazze andavamo alla sera nei locali sotto la chiesa, detti “Don Bosco”, a fare le sciarpe per i soldati, eravamo nelle Crociatine dell’azione cattolica. E quando era presente il mo. Mombelli ci raccontava della guerra.

Don Achille BonanimiUn ruolo importante nell’aiuto lo giocarono i preti di qua e di là del confine.

(Giocondina Albisetti, Stabio, 1926)

Entravano dai boschi e si fermavano dal Giacomo Croci Torti, detto Galinatt perché commerciava le galline.

Abitava a ridosso della ramina e la gente diceva che quelli che entravano si fermavano lì; poi arrivava qualcuno a prenderli. Arrivavano anche ebrei con le valigie.

Don Bonanomi collaborava con il Croci Torti Galinatt; poi riceveva le lettere di quelli che erano qui in Svizzera e le dava a Padre Domenico (parroco di Rodero) che veniva a confessare, per essere consegnate ai vari destinatari. I preti collaboravano fra di loro per salvare la gente.

Don Angelo Griffanti(Bruno Croci Torti, Stabio, 1933)

I profughi arrivavano qui anche per il passaparola. Magari restavano alcuni giorni e poi venivano  portati dal vescovo a Lugano tramite i collegamenti che c’erano a quel tempo.

(Giuseppina Rapelli, Stabio, 1927)

Le lettere arrivavano a don Leber che le faceva pervenire a Don Bonanomi e questi le faceva dava a me e alla Carla Leoni. Noi, a nostra volta, le consegnavamo a una guardia italiana conosciuta da don Bonanomi. Quel povero ragazzo andava lui a portarle in giro a Bizzarone, o forse le dava al prete del paese in Italia che le faceva proseguire.  C’era un accordo: quando era passata la ronda germanica ed era sicuro, fischiava. Noi  eravamo poco lontane e andavamo là. Doveva stare molto attento perché era molto rischioso. Una volta ci ha detto che ha dovuto bruciarle tutte, perché arrivavano i tedeschi. Noi gli consegnavamo le lettere attraverso i buchi della rete. Ci disse che le nascondeva sotto un sasso fintanto non aveva finito il servizio.

A don Bonanomi che durante il secondo conflitto mondiale ospitò e nascose rifugiati nella propria canonica fu assegnata la medaglia d’oro della resistenza. Così fu ricordato … Tra l’imperversare della violenza e dell’odio, la sua casa spalancò le porte ai profughi. Molti ne tenne nascosti per giorni, settimane, mesi … ne aveva cura finché trovava loro un asilo sicuro … E ancora: … un prete che nella povertà è arrivato a togliersi il pane di bocca per darlo ai più poveri e ha tenuto per sé una sottana logora e sdrucita per vestire quelli che dal confine venivano a battere alla sua porta …

L’opera di questo sacerdote e di altre figure cattoliche che operarono per salvare gente dalla barbarie nazi-fascita è ricordata nell’opera L’ora della carità: il vescovo Jelmini, la Chiesa ticinese e i rifugiati (1943-1946) di Silvia Sartorio esposta nelle bacheche nelle quali si possono trovare titoli inerenti a fatti e personaggi di quel periodo.

Ma non solo preti.

(Giuseppina Pellolio Barzaghi, Novazzano, 1924)

Poi gli internati in Svizzera iniziarono a scrivere lettere. Arrivavano 50, 100 lettere per essere consegnate ai genitori che abitavano in Italia. Le lettere arrivavano per posta a nome di mia sorella, di mio padre o di mia madre.

Mia sorella, che aveva quattro anni più di me, le sistemava in pacchetti per paese: Rodero, Cantello, ecc., ma ero io ad andare alla rete che distava un 100 m dalla nostra abitazione.

Una donna, sempre la stessa, dall’altra parte le prendeva e le metteva nel grembiule. Noi non abbiamo mai preso niente, mai neanche un ringraziamento da chi le ha spedite o ricevute.

Un accenno all’opera di Renata Broggini che in maniera dettagliata racconta situazione e personaggi entrati in Ticino e al libro di Antonio Bolzani comandante del comparto territoriale del canton Ticino che, quasi in diretta, descrive quanto è andato capitando.

Bombardamento di MilanoNelle testimonianze orali che abbiamo raccolto anche l’oscuramento notturno e i bombardamenti su Milano ritornano molto di frequente:

(Giocondina Albisetti, Stabio, 1926)

Mi ricordo quando bombardavano Milano: si vedeva il chiarore. Un giorno ul pà Nicola tornò a casa e disse: Tusanell, guardii che forse sem scià da scapà, perché bombardavano Clivio. Ma noi dove dovevamo fuggire?

(Felice Bernasconi, Ligornetto, 1921)

Salivamo al Generoso a vedere bombardare Milano, c’era tantissima gente. Si poteva leggere un giornale anche di notte tanti erano i lampi dei bombardamenti.

(Giuseppina Cantalupi, Stabio, 1928)

Durante la guerra la sera c’era il coprifuoco, bisognava chiudere presto finestre, imposte, e tenere tutto allo scuro, non andava in giro nessuno.

(Elio Induni, Stabio, 1925)

Non c’erano più luci per le strade, le finestre coperte da stracci neri. Quando passavano gli aeroplani inglesi noi eravamo al Castello con una coperta per ripararci dal freddo e guardavamo  verso il cielo di Milano e lo vedevamo illuminato.

Testimonianza di chi viveva in Italia:

 

(Cesira Maspoli, Stabio, 1923)

Captavamo radio Beromüster  e radio Monteceneri che ascoltavamo di nascosto. L’Italia aveva la radio ma era di “regime”. C’era l’obbligo dell’oscuramento e quando arrivava la sera bisognava chiudersi in casa. Di notte viaggiava un aeroplanino, che chiamavamo Pippo, e se vedeva una lucina sparava. All’asilo di San Pietro c’era il presidio dei soldati svizzeri. Anche nel salone della maglieria “Calore” c’erano i soldati.

(Germano Porta, Mendrisio,1935)

valico di Santa margherita - Chiuso agosto 1974Si andava a scuola ma ogni tanto si sentiva “Allarme, allarme” e si fuggiva nei boschi. Arrivavano i caccia-bombardieri che bombardavano (ad esempio l’Aermacchi di Varese). Prima arrivava un aereo chiamato “Pippo”, poi  i bombardieri. Gli Svizzeri mettevano la croce sul tetto per far capire che era la loro nazione.

Per terminare qualche testimonianza di scambi tra Stabio e paesi oltre la rete.

(Lina Rossi Manghera, Stabio, 1929)

Ricordo che andavamo alla rete per prendere il riso, la Pina Valli mi accompagnava fino alla rete e aspettavamo che ci passassero i sacchetti. Andavamo verso i boschi di Rodero e in cambio davamo soldi.

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(Caterina Bernasconi nata Bobbià, Riva San Vitale, 1930)

Mi ricordo che una volta, a Santa Margherita, vicino al cancello della ferrovia, c’era gente di Stabio che gettava di là caffè e cioccolato e gli italiani buttavano di qua sacchetti di riso.

Curiosità

(Caterina Bernasconi nata Bobbià, Riva San Vitale, 1930)

Quando le cose cominciarono ad andar male, Mussolini fece raccogliere le fedi per fare le armi. Il mio povero marito che era a Mendrisio vide i fascisti gettare la vera nel basclot. Poi quando il duce non ha più potuto raccogliere l’oro ha fatto togliere tutte le campane dalle chiese per fonderli, anche quelle del campanile della chiesa di San Maffeo a Rodero. La mia povera mamma disse che  Mussolini avrebbe perso la guerra perché aveva toccato le campane della chiesa.

Riflessione

Durante gli anni di guerra si sapeva poco di quel che succedeva intorno a noi. Dei campi di concentramento si venne a conoscenza a guerra terminata. (Giovanni Piffaretti, Ligornetto, 1921)

Ringraziamenti

INFO

Tema: Seconda guerra mondiale


Periodo: 1900-1950


Data: 2015


Autore dossier: Guido Codoni


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